Qualcosa come sedici anni fa, usciva al cinema Evolution di Ivan Reitman. Commedia sgangherata in cui due professori universitari e un addetto alla piscina del country club sventano una minaccia aliena.
Rivedendolo, ho notato una cosa, che prima del boom dei social non era ancora così evidente: i protagonisti sono due professori che risolvono il problema con l'osservazione e l'applicazione di ciò che apprendono (la loro spalla ha fatto giusto "un po' di chimica al liceo": è l'uomo che, non sapendo, cerca l'aiuto di chi sa). Sono furbi, molto più che forti.
I loro veri antagonisti non sono gli alieni (puro e semplice McGuffin), ma l'autorità militare degli Stati Uniti, che li ostacola a ogni passo, dapprima cercando di accaparrarsi i diritti della scoperta e poi, quando le cose si fanno serie, di escluderli e addossare loro la colpa del gran casino.
E come sono rappresentati i militari di Evolution?
Sono forti, sul piano della potenza di fuoco, come è d'altronde logico attendersi.
Sono ottusi, ignoranti, arroganti.
Reclamano competenza, quando non ne hanno e rifiutano di ascoltare gli avvertimenti di chi, al contrario di loro, ha una comprensione approfondita di ciò che sta avvenendo.
Quando si manifesta la minaccia finale, non optano per lo studio della medesima, ma per una risposta violenta e cieca, che finisce per aggravare il problema.
Mi è risultato difficile, rivedendolo, non tracciare il parallelo con quanto vediamo accadere oggi sui social media, dove la scienza rimane inascoltata, quando non derisa o insultata, mentre gli ignoranti, che sanno proporre solo la violenza, peggiorano costantemente i problemi.
Evolution non è il film che meritiamo, ma è quello di cui abbiamo bisogno.
lunedì 5 giugno 2017
Evolution - Il Film
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Fantascienza,
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venerdì 2 giugno 2017
Donne di Carta - Éowyn e Galadriel - Prima Parte
Quando si parla di opere letterarie del genere fantasy, la prima a venire in mente è probabilmente quella di Tolkien, che ha goduto di una diffusione di massa così impressionante, da diventare un movimento di cultura popolare e ispirare non una, ma due trilogie cinematografiche dal budget impressionante.
Come è naturale, quando si parla di storie così ingranate nella mentalità comune, anche Tolkien è stato soggetto a molte incomprensioni, da chi, anche illustre nell'ambito della narrativa fantasy, lo addita come cripto-fascista, a chi lo accusa apertamente di essere filonazista. Entrambe le supposizioni sono errate ed entrambe dovute a una lettura superficiale delle sue opere, o a giudizi basati sul sentito dire. Sicuramente, un giorno o l'altro affronterò più in profondità anche questa diatriba, ma per il momento voglio soffermarmi su un'opinione in particolare, cioè che la narrativa di Tolkien sia fondamentalmente maschilista e releghi le donne al ruolo di spettatrici.
Anche questo è dovuto a una lettura superficiale, disattenta o al sentito dire.
Per provarlo, parliamo di due donne nella narrativa tolkeniana, limitandoci al Signore degli Anelli: prendiamo, come esempio, Éowyn e Galadriel. Potremmo anche esaminare Il Silmarillion (titolo peraltro errato nella traduzione italiana, dovrebbe essere "I Silmarillion"), che ci regala il personaggio di Lùthien, fra i molti altri personaggi femminili che agiscono direttamente, anziché rimanere sedute in disparte, ma lo faremo forse in un altro episodio di questa rubrica: per il momento, mi è sembrato più efficace concentrarsi sull'opera più conosciuta e più "attaccata", da questo punto di vista.
Per comodità e chiarezza, dividerò questa rubrica in due parti: oggi parleremo di Éowyn, lasciando Galadriel al prossimo episodio.
Come sempre, avremo i nostri tre lettori: il superficiale, quello che vede più in profondità, per fermarsi però a un livello di lettura poco approfondito e, infine, quello che cerca di osservare la narrativa con occhio critico.
Il primo è quello che ha visto i film, ha sentito dire che sono tratti da un libro troppo voluminoso per esser letto. Confonde nomi e luoghi. Per lui, Éowyn è la tipa che ammazza il re dei Nazgul e poi non si vede più. Lui è quello che si annoia a morte nelle parti di Frodo e Sam e che aspetta solo di vedere le grandi battaglie e le scene d'azione. Dal suo punto di vista, sono solo gli uomini ad agire. La parte riservata alla donna che desidera essere cavaliere è minima e trascurabile.
Il secondo lettore concede che sì, Éowyn agisce quel tanto che basta a mascherarsi da uomo e uccidere, con l'aiuto di un maschio, il re dei Nazgul. Ma a parte questo, che fa? Attende suo zio, il re di Rohan, bada alle genti mentre gli uomini vanno alla guerra e, dopo l'atto eroico, si accasa e rinuncia a ciò che l'aveva resa speciale, per mettersi al fianco di un uomo.
Dal suo punto di vista, siamo di fronte al più bieco dei maschilismi: la donna è incapace di agire senza aiuto e, alla fine, accetta il suo ruolo secondario, abbandonando le armi della guerriera.
Sembrerebbe che nulla manchi a questa chiavedi lettura: è tutto chiaro e lampante di fronte ai nostri occhi e, in effetti, queste sono le argomentazioni usate nelle critiche che vogliono attribuire a Tolkien il difetto di essere maschilista.
Ma c'è il nostro terzo lettore: sentiamo che cosa ha da dire in merito.
Punto primo: in che mondo agisce Éowyn? In un mondo fortemente ispirato alla mitologia nordica e inglese, che è, essenzialmente, una cultura maschilista. Questo è il primo grosso fattore da tenere bene a mente: Éowyn vive in una realtà che la vorrebbe relegata al ruolo che le è stato assegnato dagli uomini. E non lo accetta.
Punto secondo: come vede sé stessa Éowyn? Si vede come un animale in gabbia, costretta a una prigionia umiliante dal ruolo impostole dalla società, un ruolo che lei non accetta e, quando Aragorn, che è il "maschio Alfa" della storia, le dice che farebbe bene a stare al suo posto (animato da sentimenti positivi: lui vuole proteggerla, senza rendersi conto che lei non vuole essere protetta, ma proteggersi da sé), lei smonta il suo discorso, mettendo a nudo il maschilismo insito nelle sue parole ricche di buone intenzioni.
Lui sta provando a consolarla: "non sei un animale in gabbia" dice "guarda in quanta stima ti tiene tuo zio, il re, che ti ha messo alla guida delle sue genti."
Lei ribatte: "mi ha relegato lontana dall'azione e io dovrei essere contenta? Non importa che le sbarre siano dorate: resta pur sempreuna gabbia in cui sono stata messa." Éowyn rifiuta il ruolo che le è stato concesso/imposto, proprio in virtù del fatto che non è stata lei a sceglierlo. Lei vorrebbe andare alla guerra, agire in prima persona. Ma, quando lo dice ad Aragorn, lui le risponde: "La guerra è cosa pericolosa per una donna. Se ti hanno relegata qui, è per la tua protezione. E comunque, potrà essere che noi tutti si muoia al fronte e allora verrà il momento in cui dovrai combattere, volente o no."
E, di nuovo, lei ribatte: "Mi stai dicendo di svolgere il ruolo che mi è stato assegnato e che potrò combattere solo quando chi me lo ha assegnato sarà morto."
Teniamo presente che Aragorn è il protagonista di questa parte della narrazione: il fatto che sia un uomo e che, in questo discorso, l'autore stesso lo ponga dalla parte del torto, è chiara indicazione di una consapevolezza della situazione di Éowyn e di che cosa sarebbe giusto.
E, infatti, Éowyn assume l'identità di un uomo, unica maniera che ha per ottenere quello che desidera, in un mondo maschilista. In questo, non è dissimile da Mulan, personaggio additato come pinnacolo della causa femminista. Si traveste e cavalca verso la battaglia per dimostrare che lei vale quanto qualunque altro guerriero. Così facendo, il destino la mette di fronte al re dei Nazgul, che non può essere ucciso da nessun uomo.
Ma Éowyn non è un uomo. Questo pone lei, donna, in una posizione privilegiata rispetto a chiunque altro sul campo di battaglia: persino Aragorn, il più grande guerriero della storia, perirebbe nel confronto con il re dei Nazgul. Non lei. Perché? Perché è una donna e questo le dà potere. Vi pare un argomento maschilista?
Ma il secondo lettore diceva che Éowyn viene aiutata da un maschio. Effettivamente, il primo colpo, quello che le dà modo di infliggere il fendente fatale, è Merry a sferrarlo, ferendo il nemico invincibile. Merry, uno hobbit maschio. Questo toglie forse potere alla storia di Éowyn? No, se si considera un fattore fondamentale dell'epopea di Tolkien: la sua è la storia di come, di fronte ai grandi mali del mondo, siano le persone poste in basso a contribuire in maniera fondamentale al ripristino del buon ordine. Éowyn, dama in una terra di cavalieri, è una di queste persone. Merry, come gli altri hobbit, è rappresentante di quella realtà bucolica e pura, una persona tenuta in poco conto da tutti, ma capace, con la sua semplicità e tenacia, di mutare i grandi eventi. Éowyn non viene aiutata da Merry in quanto "maschio", ma in quanto appartenente al ceto più basso della società, il contadino dai valori semplici e puri che, gettato in eventi più grandi di lui, li plasma in modo inatteso.
E veniamo alla conclusione dell'epopea di Éowyn: ferita, passa la convalescenza in compagnia di Faramir, che è uno dei personaggi più nobili e giusti dell'intera storia e di cui lei si innamora, decidendo di abbandonare le armi e di impiegare il resto dei suoi giorni a far crescere le cose, anziché distruggerle. In pratica, sembrerebbe proprio che lei si stia autorelegando in quel ruolo che la società le impone.
Nella realtà, le cose sono diverse.
In primo luogo: quella di Éowyn è una scelta libera. Non è un'imposizione esterna, ma una sua libera scelta e, quando si ha una scelta, è fondamentale, perché sia libera, che si possa scegliere una qualsiasi delle opzioni a disposizione: se, per mantenere la propria identità, Éowyn fosse obbligata a scegliere la spada, allora non avrebbe scelta e non avrebbe reale potere di influenzare il proprio destino: il suo sarebbe comunque un ruolo impostole dalla società, per antitesi.
No: è importante che Éowyn possa scegliere di abbandonare la spada.
Questo rappresenta forse un ritorno alla vecchia prigione dorata? Nient'affatto.
Per dimostrarlo, dobbiamo considerare due fattori: il primo, è il rapporto tra Éowyn e Faramir. Il secondo e più importante è il valore attribuito da Tolkien alla pace e alla guerra.
Cominciando dal primo punto, è Faramir a innamorarsi subito di Éowyn e a cercarne l'affetto. Non le impone nulla: le offre sé stesso. Sta a lei accettarlo o meno. Ed è lei a scegliere di avere speranza nel futuro, che decide di avere a fianco un uomo che non le imponga nulla, ma che la rispetti per ciò che è e per ciò che vorrà essere, senza riserve. E sappiamo questo perché Faramir è un personaggio che serve essenzialmente per andare contro a tutto ciò che vi è di sbagliato nello status quo della tradizione. Sposando Faramir, Éowyn sposa la libertà di essere chi vuole e non ciò che la società si aspetta da lei.
Secondariamente, dobbiamo considerare che in tutta l'opera di Tolkien permane fortissimo il messaggio dell'orrore della guerra, vista spesso attraverso gli occhi dei piccoli hobbit, che sono i suoi alter ego narrativi: per loro, quindi per lui che la visse in prima persona, la guerra non è mai piacevole o gloriosa, ma sempre spaventosa, pericolosa ed enorme rispetto al singolo.
La scelta di Éowyn non è un rifiuto della propria identità, bensì della propria identità di guerriera: uccidere non è mai un bene, anche quando è inevitabile farlo. Essere generatrice di vita è preferibile. E vale la pena rimarcare che Éowyn non fa questa scelta da una posizione subordinata, ma di indipendenza assoluta: il suo è l'abbandono della morte in favore della vita.
Bene. Abbiamo visto il personaggio sotto tre luci diverse e l'ultima ha preso forse più spazio di quanto non mi aspettassi all'inizio, ma credo fosse necessario per essere esaustivi.
Abbiamo visto come, in un'epoca (siamo negli anni '50) in cui l'uomo aveva ancora un ruolo predominante e incontrastato nella società, in cui la donna poteva giusto fare la casalinga e orrore e vergogna casomai avesse lavorato al posto dell'uomo, Tolkien ci regalava personaggi femminili che rifiutano il ruolo imposto dalla società e si dimostrano in grado di forgiare da sé il proprio destino, senza sfociare nel mito che vuole la donna libera solo se guerriera, a la Red Sonja, per intenderci.
Vi saluto e vi rimando al prossimo episodio, in cui parleremo di Galadriel, andando a vedere come anche un personaggio che appare relativamente poco nella vicenda, possa avere un ruolo indipendente da qualunque altra figura.
A poi!
Come è naturale, quando si parla di storie così ingranate nella mentalità comune, anche Tolkien è stato soggetto a molte incomprensioni, da chi, anche illustre nell'ambito della narrativa fantasy, lo addita come cripto-fascista, a chi lo accusa apertamente di essere filonazista. Entrambe le supposizioni sono errate ed entrambe dovute a una lettura superficiale delle sue opere, o a giudizi basati sul sentito dire. Sicuramente, un giorno o l'altro affronterò più in profondità anche questa diatriba, ma per il momento voglio soffermarmi su un'opinione in particolare, cioè che la narrativa di Tolkien sia fondamentalmente maschilista e releghi le donne al ruolo di spettatrici.
Anche questo è dovuto a una lettura superficiale, disattenta o al sentito dire.
Per provarlo, parliamo di due donne nella narrativa tolkeniana, limitandoci al Signore degli Anelli: prendiamo, come esempio, Éowyn e Galadriel. Potremmo anche esaminare Il Silmarillion (titolo peraltro errato nella traduzione italiana, dovrebbe essere "I Silmarillion"), che ci regala il personaggio di Lùthien, fra i molti altri personaggi femminili che agiscono direttamente, anziché rimanere sedute in disparte, ma lo faremo forse in un altro episodio di questa rubrica: per il momento, mi è sembrato più efficace concentrarsi sull'opera più conosciuta e più "attaccata", da questo punto di vista.
Per comodità e chiarezza, dividerò questa rubrica in due parti: oggi parleremo di Éowyn, lasciando Galadriel al prossimo episodio.
Beccati un po' di femminismo in faccia!
Come sempre, avremo i nostri tre lettori: il superficiale, quello che vede più in profondità, per fermarsi però a un livello di lettura poco approfondito e, infine, quello che cerca di osservare la narrativa con occhio critico.
Il primo è quello che ha visto i film, ha sentito dire che sono tratti da un libro troppo voluminoso per esser letto. Confonde nomi e luoghi. Per lui, Éowyn è la tipa che ammazza il re dei Nazgul e poi non si vede più. Lui è quello che si annoia a morte nelle parti di Frodo e Sam e che aspetta solo di vedere le grandi battaglie e le scene d'azione. Dal suo punto di vista, sono solo gli uomini ad agire. La parte riservata alla donna che desidera essere cavaliere è minima e trascurabile.
Nella letteratura fantasy, tutte le donne sono stereotipi, nude, bellissime, fragili e indifese!
Ragionando per sentito dire, si possono dire queste fesserie... (immagine originale di Frank Frazetta)
... Già... l'immaginario fantasy è proprio pieno di donne che non sanno badare a sé stesse.
A questo punto, sto alzando gli occhi al cielo con un'espressione di condiscendente disprezzo (immagine originale Frank Frazetta).
Il secondo lettore concede che sì, Éowyn agisce quel tanto che basta a mascherarsi da uomo e uccidere, con l'aiuto di un maschio, il re dei Nazgul. Ma a parte questo, che fa? Attende suo zio, il re di Rohan, bada alle genti mentre gli uomini vanno alla guerra e, dopo l'atto eroico, si accasa e rinuncia a ciò che l'aveva resa speciale, per mettersi al fianco di un uomo.
Dal suo punto di vista, siamo di fronte al più bieco dei maschilismi: la donna è incapace di agire senza aiuto e, alla fine, accetta il suo ruolo secondario, abbandonando le armi della guerriera.
Sembrerebbe che nulla manchi a questa chiavedi lettura: è tutto chiaro e lampante di fronte ai nostri occhi e, in effetti, queste sono le argomentazioni usate nelle critiche che vogliono attribuire a Tolkien il difetto di essere maschilista.
Ma c'è il nostro terzo lettore: sentiamo che cosa ha da dire in merito.
Punto primo: in che mondo agisce Éowyn? In un mondo fortemente ispirato alla mitologia nordica e inglese, che è, essenzialmente, una cultura maschilista. Questo è il primo grosso fattore da tenere bene a mente: Éowyn vive in una realtà che la vorrebbe relegata al ruolo che le è stato assegnato dagli uomini. E non lo accetta.
Punto secondo: come vede sé stessa Éowyn? Si vede come un animale in gabbia, costretta a una prigionia umiliante dal ruolo impostole dalla società, un ruolo che lei non accetta e, quando Aragorn, che è il "maschio Alfa" della storia, le dice che farebbe bene a stare al suo posto (animato da sentimenti positivi: lui vuole proteggerla, senza rendersi conto che lei non vuole essere protetta, ma proteggersi da sé), lei smonta il suo discorso, mettendo a nudo il maschilismo insito nelle sue parole ricche di buone intenzioni.
Lui sta provando a consolarla: "non sei un animale in gabbia" dice "guarda in quanta stima ti tiene tuo zio, il re, che ti ha messo alla guida delle sue genti."
Lei ribatte: "mi ha relegato lontana dall'azione e io dovrei essere contenta? Non importa che le sbarre siano dorate: resta pur sempreuna gabbia in cui sono stata messa." Éowyn rifiuta il ruolo che le è stato concesso/imposto, proprio in virtù del fatto che non è stata lei a sceglierlo. Lei vorrebbe andare alla guerra, agire in prima persona. Ma, quando lo dice ad Aragorn, lui le risponde: "La guerra è cosa pericolosa per una donna. Se ti hanno relegata qui, è per la tua protezione. E comunque, potrà essere che noi tutti si muoia al fronte e allora verrà il momento in cui dovrai combattere, volente o no."
E, di nuovo, lei ribatte: "Mi stai dicendo di svolgere il ruolo che mi è stato assegnato e che potrò combattere solo quando chi me lo ha assegnato sarà morto."
Teniamo presente che Aragorn è il protagonista di questa parte della narrazione: il fatto che sia un uomo e che, in questo discorso, l'autore stesso lo ponga dalla parte del torto, è chiara indicazione di una consapevolezza della situazione di Éowyn e di che cosa sarebbe giusto.
E, infatti, Éowyn assume l'identità di un uomo, unica maniera che ha per ottenere quello che desidera, in un mondo maschilista. In questo, non è dissimile da Mulan, personaggio additato come pinnacolo della causa femminista. Si traveste e cavalca verso la battaglia per dimostrare che lei vale quanto qualunque altro guerriero. Così facendo, il destino la mette di fronte al re dei Nazgul, che non può essere ucciso da nessun uomo.
Per mimetizzarsi fra gli uomini, Mulan si taglia i capelli, simbolo della femminilità.
Può essere interessante notare come Éowyn, al contrario, mantenga i suoi capelli, celandoli sotto all'elmo. Al momento di rivelare la sua identità, il suo essere donna la fa brillare come una cascata d'oro sul campo di battaglia.
Ma Éowyn non è un uomo. Questo pone lei, donna, in una posizione privilegiata rispetto a chiunque altro sul campo di battaglia: persino Aragorn, il più grande guerriero della storia, perirebbe nel confronto con il re dei Nazgul. Non lei. Perché? Perché è una donna e questo le dà potere. Vi pare un argomento maschilista?
Éowyn affronta il Re Stregone sul campo di battaglia (immagine originale di Angus McBride).
Un uomo armato di mazza che tenta di sopraffare la donna che ha osato indossare abiti maschili.
Vedete la cavalcatura dal collo serpentiforme? Ecco, lei taglia la testa al mostro, privando l'avversario della cavalcatura che gli permetteva di torreggiare su di lei.
Più evidente di così...
Ma il secondo lettore diceva che Éowyn viene aiutata da un maschio. Effettivamente, il primo colpo, quello che le dà modo di infliggere il fendente fatale, è Merry a sferrarlo, ferendo il nemico invincibile. Merry, uno hobbit maschio. Questo toglie forse potere alla storia di Éowyn? No, se si considera un fattore fondamentale dell'epopea di Tolkien: la sua è la storia di come, di fronte ai grandi mali del mondo, siano le persone poste in basso a contribuire in maniera fondamentale al ripristino del buon ordine. Éowyn, dama in una terra di cavalieri, è una di queste persone. Merry, come gli altri hobbit, è rappresentante di quella realtà bucolica e pura, una persona tenuta in poco conto da tutti, ma capace, con la sua semplicità e tenacia, di mutare i grandi eventi. Éowyn non viene aiutata da Merry in quanto "maschio", ma in quanto appartenente al ceto più basso della società, il contadino dai valori semplici e puri che, gettato in eventi più grandi di lui, li plasma in modo inatteso.
E veniamo alla conclusione dell'epopea di Éowyn: ferita, passa la convalescenza in compagnia di Faramir, che è uno dei personaggi più nobili e giusti dell'intera storia e di cui lei si innamora, decidendo di abbandonare le armi e di impiegare il resto dei suoi giorni a far crescere le cose, anziché distruggerle. In pratica, sembrerebbe proprio che lei si stia autorelegando in quel ruolo che la società le impone.
Nella realtà, le cose sono diverse.
In primo luogo: quella di Éowyn è una scelta libera. Non è un'imposizione esterna, ma una sua libera scelta e, quando si ha una scelta, è fondamentale, perché sia libera, che si possa scegliere una qualsiasi delle opzioni a disposizione: se, per mantenere la propria identità, Éowyn fosse obbligata a scegliere la spada, allora non avrebbe scelta e non avrebbe reale potere di influenzare il proprio destino: il suo sarebbe comunque un ruolo impostole dalla società, per antitesi.
No: è importante che Éowyn possa scegliere di abbandonare la spada.
Questo rappresenta forse un ritorno alla vecchia prigione dorata? Nient'affatto.
Per dimostrarlo, dobbiamo considerare due fattori: il primo, è il rapporto tra Éowyn e Faramir. Il secondo e più importante è il valore attribuito da Tolkien alla pace e alla guerra.
Cominciando dal primo punto, è Faramir a innamorarsi subito di Éowyn e a cercarne l'affetto. Non le impone nulla: le offre sé stesso. Sta a lei accettarlo o meno. Ed è lei a scegliere di avere speranza nel futuro, che decide di avere a fianco un uomo che non le imponga nulla, ma che la rispetti per ciò che è e per ciò che vorrà essere, senza riserve. E sappiamo questo perché Faramir è un personaggio che serve essenzialmente per andare contro a tutto ciò che vi è di sbagliato nello status quo della tradizione. Sposando Faramir, Éowyn sposa la libertà di essere chi vuole e non ciò che la società si aspetta da lei.
Secondariamente, dobbiamo considerare che in tutta l'opera di Tolkien permane fortissimo il messaggio dell'orrore della guerra, vista spesso attraverso gli occhi dei piccoli hobbit, che sono i suoi alter ego narrativi: per loro, quindi per lui che la visse in prima persona, la guerra non è mai piacevole o gloriosa, ma sempre spaventosa, pericolosa ed enorme rispetto al singolo.
La scelta di Éowyn non è un rifiuto della propria identità, bensì della propria identità di guerriera: uccidere non è mai un bene, anche quando è inevitabile farlo. Essere generatrice di vita è preferibile. E vale la pena rimarcare che Éowyn non fa questa scelta da una posizione subordinata, ma di indipendenza assoluta: il suo è l'abbandono della morte in favore della vita.
Bene. Abbiamo visto il personaggio sotto tre luci diverse e l'ultima ha preso forse più spazio di quanto non mi aspettassi all'inizio, ma credo fosse necessario per essere esaustivi.
Abbiamo visto come, in un'epoca (siamo negli anni '50) in cui l'uomo aveva ancora un ruolo predominante e incontrastato nella società, in cui la donna poteva giusto fare la casalinga e orrore e vergogna casomai avesse lavorato al posto dell'uomo, Tolkien ci regalava personaggi femminili che rifiutano il ruolo imposto dalla società e si dimostrano in grado di forgiare da sé il proprio destino, senza sfociare nel mito che vuole la donna libera solo se guerriera, a la Red Sonja, per intenderci.
Red Sonja dovrebbe essere un'icona femminista.
Pare uscita da una copertina di playboy (immagine originale di Ed Benes).
Parleremo un'altra volta dello stereotipo di fisico femminile (e maschile) nel fumetto.
Vi saluto e vi rimando al prossimo episodio, in cui parleremo di Galadriel, andando a vedere come anche un personaggio che appare relativamente poco nella vicenda, possa avere un ruolo indipendente da qualunque altra figura.
A poi!
martedì 30 maggio 2017
Patria? No, grazie.
Odio il patriottismo, per molti motivi differenti.
Il primo è che "patria" è un'altra parola per dividerci in "noi" e "loro". Loro chi? Gli stranieri? E chi ha interesse a dividerci così? Per esempio, chi ha bisogno di un motivo per mandarci a combattere contro quei "loro" o anche, banalmente, di chi ha convenienza a mantenere una concorrenza tra lavoratori, per abbassare i costi di produzione, sfruttando la manovalanza nelle maniere più bieche.
Un altro motivo è che il discorso della patria è spesso e volentieri ripreso da ideologie che predicano l'odio, che è poi un altro modo per isolarci in questo concetto ammuffito e detestabile secondo cui la coordinata geografica in cui siamo nati debba costituire un'identità che ci renda in qualche modo superiori agli altri. Il suolo natio, l'amor patrio, sono tutte varianti dell'antichissimo "dulce et decorum", cioè un altro modo per mandarti a morire per interessi non tuoi.
E odio il patriottismo, perché è concetto ormai ingranato nel sistema dell'esaltazione della guerra.
Prendiamo per esempio gli Stati Uniti, in cui l'ideale patriottico è diffuso capillarmente, al punto da costituire un motivo d'orgoglio nazionale. Che cos'è il patriottismo, per un Americano?
Onora i veterani.
Difendi la bandiera.
Commemora i caduti.
Poi, nella vita di tutti i giorni, ognuno per sé: si esalta il concetto di self-made man, al punto da ritenere aberrante pagare tasse che consentano l'esistenza di uno stato sociale equo per tutti.
Questa è la patria, per una nazione che da sedici anni a questa parte è sempre stata impegnata in più guerre, in giro per il globo: la patria non è rappresentanza dell'unità di un popolo, bensì della sua forza e del suo orgoglio militare. Se ringrazi un veterano incontrato al Wal-Mart per il suo servizio e per l'eroismo con cui ha perso le gambe, allora sei un patriota.
Da lì a dire che sei un patriota se imbracci un AR-15 per andare a pattugliare i confini con il Messico, calpestando le riserve di cibo e acqua nascoste a uso dei clandestini che hanno appena attraversato il deserto, il passo è dannatamente breve.
Tornando a casa nostra, chi è che fa discorsi roboanti sulla patria? Fascisti, leghisti e altri ignoranti che berciano contro le ONG che aiutano i rifugiati.
Se "patria" deve diventare sinonimo con gretta cattiveria meschina, allora io dico "no, grazie".
Il primo è che "patria" è un'altra parola per dividerci in "noi" e "loro". Loro chi? Gli stranieri? E chi ha interesse a dividerci così? Per esempio, chi ha bisogno di un motivo per mandarci a combattere contro quei "loro" o anche, banalmente, di chi ha convenienza a mantenere una concorrenza tra lavoratori, per abbassare i costi di produzione, sfruttando la manovalanza nelle maniere più bieche.
Un altro motivo è che il discorso della patria è spesso e volentieri ripreso da ideologie che predicano l'odio, che è poi un altro modo per isolarci in questo concetto ammuffito e detestabile secondo cui la coordinata geografica in cui siamo nati debba costituire un'identità che ci renda in qualche modo superiori agli altri. Il suolo natio, l'amor patrio, sono tutte varianti dell'antichissimo "dulce et decorum", cioè un altro modo per mandarti a morire per interessi non tuoi.
E odio il patriottismo, perché è concetto ormai ingranato nel sistema dell'esaltazione della guerra.
Prendiamo per esempio gli Stati Uniti, in cui l'ideale patriottico è diffuso capillarmente, al punto da costituire un motivo d'orgoglio nazionale. Che cos'è il patriottismo, per un Americano?
Onora i veterani.
Difendi la bandiera.
Commemora i caduti.
Uno dei più forti simboli del patriottismo americano e del patriottismo in genere.
Soldati che innalzano la bandiera nazionale sulle macerie della guerra.
Poi, nella vita di tutti i giorni, ognuno per sé: si esalta il concetto di self-made man, al punto da ritenere aberrante pagare tasse che consentano l'esistenza di uno stato sociale equo per tutti.
Questa è la patria, per una nazione che da sedici anni a questa parte è sempre stata impegnata in più guerre, in giro per il globo: la patria non è rappresentanza dell'unità di un popolo, bensì della sua forza e del suo orgoglio militare. Se ringrazi un veterano incontrato al Wal-Mart per il suo servizio e per l'eroismo con cui ha perso le gambe, allora sei un patriota.
Da lì a dire che sei un patriota se imbracci un AR-15 per andare a pattugliare i confini con il Messico, calpestando le riserve di cibo e acqua nascoste a uso dei clandestini che hanno appena attraversato il deserto, il passo è dannatamente breve.
Tornando a casa nostra, chi è che fa discorsi roboanti sulla patria? Fascisti, leghisti e altri ignoranti che berciano contro le ONG che aiutano i rifugiati.
Se "patria" deve diventare sinonimo con gretta cattiveria meschina, allora io dico "no, grazie".
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riflessioni
martedì 21 febbraio 2017
Get To Da Choppa No More
Sottotitolo: "e del perché, magari questo sarà un buon reboot".
Sottotitolo del sottotitolo: "ma magari anche no".
Ma veniamo al dunque. Fanno il reboot di un altro film di Arnold.
E questo è il cast.
Facciamo un piccolo salto nel ginepraio del concetto di reboot. Vanno di moda, tirano soldi più spesso che no, ergo ci verranno propinati. Tanto vale che ci rilassiamo.
Il fatto che esistano non è nemmeno un male: in primo luogo, nulla, assolutamente nulla vieta a un reboot di essere anche un buon film. E, secondariamente, credo che un reboot possa rovinare l'originale tanto quanto un risotto scotto possa rovinare l'orbita di Saturno attorno al Sole.
Il trucco? Considero i reboot come le cover in ambito musicale: ciascuno dà la propria versione di una canzone, che sarà buona o pessima individualmente, a prescindere dalla bontà delle altre.
Adoro "The House of the Rising Sun" degli Animals, ma anche quella di Sinéad O'Connor. E la mia preferita in assoluto: quella firmata The White Buffalo.
E tutte queste sono cover. Nessuna è originale. Se ne esistesse una versione che dovesse farmi schifo, non rovinerebbe assolutamente nessuna di queste (anzi, magari mi rifugerei in una stanzetta ad ascoltarle, come balsamo lenitivo).
Il guaio con questa canzone è che non è facile farla venir male.
E lo stesso può valere per i film.
Detto questo, passiamo al primo sottotitolo: "Get To Da Choppa No More e del perché magari questo sarà un buon reboot".
Be', dai, c'è Shane Black alla regia. Il padrino dell'action a cavallo tra gli anni '80 e '90. E, cosa non da poco, era coinvolto, anche se in via di supervisore non proprio ufficiale, nel film originale.
E poi lo ammetto: la presenza di Keegan Michael Key nel cast mi incuriosisce.
Detto anche questo, passiamo al secondo sottotitolo: "Get To Da Choppa No More e del perché magari questo sarà un buon reboot ma magari anche no".
Be', dai, c'è Shane Black alla regia. Il regista dietro Iron Man 3. Ho detto tutto. Ho detto tutto?
Oh, sì, l'ho visto che nel cast c'è un ragazzetto. Sento già l'eco delle proteste di chi odia, detesta e disprezza.
E chissene?
Vediamo il film, prima di strapparci i capelli.
Nel frattempo, troviamoci una sedia comoda, diamo mano ai pop corn e godiamoci la rabbia senza senso dei nostalgici su internet, perché con Ghostbusters era andata così bene.
Certo, per trollare il popolo della rete, un cast tutto femminile io lo avrei messo. Tanto, Ronda Rousey smette con la MMA, no?
lunedì 20 febbraio 2017
Generazioni Senza
Generazione X.
Millenial.
Generazione Z.
Se questa fosse una barzelletta, sarebbe del tipo "Che cosa hanno in comune?"
Purtroppo, la punchline farebbe tutt'altro che ridere, perché la musica si è fermata e queste sono le generazioni rimaste senza sedia. Siamo noi a dover fare i conti con un presente non facile e con un futuro incerto come forse mai nella nostra epoca.
Siamo le generazioni senza posto fisso.
Senza sicurezza.
Saremo le generazioni senza pensione.
Hanno anche provato a farci diventare le generazioni senza dignità, ogni volta che ci hanno chiamato "bamboccioni", ogni volta che hanno imputato a noi la colpa per le mancanze di questa società.
E siamo anche le generazioni senza rabbia, perché non siamo ancora nemmeno lontanamente incazzati come dovremmo essere.
Siamo le Genereazioni Senza.
Millenial.
Generazione Z.
Se questa fosse una barzelletta, sarebbe del tipo "Che cosa hanno in comune?"
Purtroppo, la punchline farebbe tutt'altro che ridere, perché la musica si è fermata e queste sono le generazioni rimaste senza sedia. Siamo noi a dover fare i conti con un presente non facile e con un futuro incerto come forse mai nella nostra epoca.
Siamo le generazioni senza posto fisso.
Senza sicurezza.
Saremo le generazioni senza pensione.
Hanno anche provato a farci diventare le generazioni senza dignità, ogni volta che ci hanno chiamato "bamboccioni", ogni volta che hanno imputato a noi la colpa per le mancanze di questa società.
E siamo anche le generazioni senza rabbia, perché non siamo ancora nemmeno lontanamente incazzati come dovremmo essere.
Siamo le Genereazioni Senza.
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mercoledì 25 gennaio 2017
La Bellezza dei LEGO
Da bambino, uno dei miei giochi preferiti erano i LEGO: potevo costruirmi un giocattolo nuovo ogni giorno, poi, a sera, si smontava tutto e si rimetteva in ordine. Per poi ripartire il giorno dopo.
Non ho mai lasciato intera una costruzione in LEGO per più di una giornata.
Per me, quei mattoncini non sono mai stati un tempio sacro da lasciare lì una volta costruito, ma un'infinita riserva di mezzi per dar forma alle mie idee.
La cosa straordinaria di quei mattoncini è che, presi singolarmente, hanno regole ferree: sono forme geometriche rigide con incastri sempre uguali. Messi insieme, non c'è limite a ciò cui possono dare forma.
Se volete vedere quanto è profonda la tana del Bianconiglio, c'è una bella board di Pinterest per voi.
I LEGO sono stati i primi paletti creativi con cui ho avuto a che fare in vita mia e mi hanno insegnato che i paletti, i limiti e le restrizioni altro non sono se non mezzi su cui costruire infiniti mondi e infinite storie.
E c'è una storia nuova da raccontare, ogni giorno.
Non ho mai lasciato intera una costruzione in LEGO per più di una giornata.
Per me, quei mattoncini non sono mai stati un tempio sacro da lasciare lì una volta costruito, ma un'infinita riserva di mezzi per dar forma alle mie idee.
La cosa straordinaria di quei mattoncini è che, presi singolarmente, hanno regole ferree: sono forme geometriche rigide con incastri sempre uguali. Messi insieme, non c'è limite a ciò cui possono dare forma.
Blocchi di plastica tutti uguali...
... Infiniti mondi e possibilità.
Se volete vedere quanto è profonda la tana del Bianconiglio, c'è una bella board di Pinterest per voi.
I LEGO sono stati i primi paletti creativi con cui ho avuto a che fare in vita mia e mi hanno insegnato che i paletti, i limiti e le restrizioni altro non sono se non mezzi su cui costruire infiniti mondi e infinite storie.
E c'è una storia nuova da raccontare, ogni giorno.
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venerdì 23 dicembre 2016
Rogue One: le Guerre Stellari Si Tingono di Grigio
Prima di cominciare:
Prima di parlarne, ho aspettato di vederlo due volte, perché, per svariati motivi, Rogue One è un film notevole.
In primo luogo, è un eccellente linea di partenza per la serie delle "Star Wars Stories" programmate dalla nuova gestione. Anzi, forse pure troppo eccellente: sarebbe stato difficile spostare più in alto di così la sbarra delle aspettative per i prossimi film.
Sì, perché Rogue One ha una notevole profondità, per un film di Star Wars. Forse, è il più profondo dell'intera saga, con la sua lucida riflessione sulla linea di demarcazione tra giusto e sbagliato e su come, troppo spesso, il confine sia incerto e offuscato. Per la prima volta, i Ribelli non sono unicamente un manipolo di coraggiosi e giusti, ma un gruppo poco coeso, fatto di gente anche vigliacca, pronta alla resa, oppure di soldati pronti a fare cose terribili in nome di una giusta causa.
Cassian Andor che spara alla schiena di un contatto impossibilitato a fuggire, per non farlo finire in mano imperiale, è un momento fondamentale per mettere in chiaro questa sfumatura che, nella narrativa starwarsiana, è completamente nuova. Non si ha l'impressione di un voltafaccia a 180° sulla bussola morale, bensì di venire più a contatto con il lato umano delle Guerre Stellari.
Finora, infatti, abbiamo avuto a che fare con i Prescelti, quelli che hanno il dono di usare la Forza, o possiedono la nave più veloce della galassia. Rogue One, per la prima volta, ci fa vedere la Galassia dal punto di vista di quelli come noi. Quelli senza doni speciali: la classe operaia di Star Wars. E non è affatto una visione rose e fiori. I protagonisti di Rogue One non hanno una scala di valori netti, perché non possono permetterselo. Non sono mistici cavalieri dotati di poteri sovrannaturali, non sono i blaster più veloci della Galassia, non hanno abilità speciali. Sono semplicemente persone che si trovano coinvolte in fatti più grandi di loro, che devono arrangiarsi e lottare con tutte le scarse risorse a loro disposizione per contrastare il male più grande immaginabile. Non è un caso che questo coincida con l'avere, per la prima volta, una rappresentazione cruda, realistica e non edulcorata della guerra, in parecchie delle sue brutture.
Facile essere eroi, quando puoi muovere gli oggetti con il pensiero, manipolare la volontà altrui e parare i raggi laser con la tua lightsaber.
Molto meno facile, quando sei uno qualunque, messo di fronte a chi, quei poteri, li ha e li sa usare molto bene.
Non finisce bene, Rogue One. Eppure, finisce benissimo, in un trionfo che non sarebbe possibile assaporare più di così, perché non ci si arriva grazie al potere mistico di far deviare i missili per farli entrare nella stretta fessura di scarico. Il trionfo è totale, perché ci si arriva per la strada più difficile, quella da cui non esci vivo. Ci si arriva attraverso un corridoio scuro, illuminato dalla luce rossa della spada laser di Darth Vader, con la porta verso la salvezza che non si apre e che non si aprirà all'ultimo secondo. Ci si arriva soffrendo.
Meravigliosa la ricostruzione ambientale. Si arriva a ridosso di Una Nuova Speranza e lo si fa con eleganza. Una cura maniacale nel ricostruire ambientazioni note, che passa per l'esattezza nel riproporre i vecchi set, ma anche per l'audio ambientale, fino ad arrivare ad avere comparse somiglianti agli attorni sullo sfondo nel vecchio film. L'utilizzo della moderna tecnologia ha permesso di ringiovanire Carrie Fisher e persino di resuscitare alcuni attori, tra cui Peter Cushing.
Interessante che, nel cast degli attori principali, la protagonista sia donna, gli altri tutti di etnie diverse da quella bianca, contribuendo a sfatare il falso mito per cui se i protagonisti non sono tutti bianchi di pura razza, allora il pubblico non potrà identificarsi con essi.
Due scene su tutte: per la prima volta, vediamo gli effetti della Morte Nera, dal punto di vista di chi li subisce. E la sensazione è terrificante e maestosa.
E poi, la scena del corridoio e Darth Vader che avanza inesorabile contro i pochi soldati ribelli, terrorizzati, ma per nulla disposti a cedere. Angosciante e da lasciare senza fiato.
Fatevi un favore: andate a vederlo. Una, due, tre volte. Mille.
SPOILER ALERT
Sotto le regole stabilite dalla Convenzione di Ginevra, altrimenti dette "da qui in avanti, sono cazzi vostri e non venitevi a lamentare da me", siete stati avvisati.
Ci mettiamo anche una bella immagine della locandina, così siamo certi che non leggerete nulla per caso: se vi beccate spoiler è per colpa vostra.
Prima di parlarne, ho aspettato di vederlo due volte, perché, per svariati motivi, Rogue One è un film notevole.
In primo luogo, è un eccellente linea di partenza per la serie delle "Star Wars Stories" programmate dalla nuova gestione. Anzi, forse pure troppo eccellente: sarebbe stato difficile spostare più in alto di così la sbarra delle aspettative per i prossimi film.
Sì, perché Rogue One ha una notevole profondità, per un film di Star Wars. Forse, è il più profondo dell'intera saga, con la sua lucida riflessione sulla linea di demarcazione tra giusto e sbagliato e su come, troppo spesso, il confine sia incerto e offuscato. Per la prima volta, i Ribelli non sono unicamente un manipolo di coraggiosi e giusti, ma un gruppo poco coeso, fatto di gente anche vigliacca, pronta alla resa, oppure di soldati pronti a fare cose terribili in nome di una giusta causa.
Cassian Andor che spara alla schiena di un contatto impossibilitato a fuggire, per non farlo finire in mano imperiale, è un momento fondamentale per mettere in chiaro questa sfumatura che, nella narrativa starwarsiana, è completamente nuova. Non si ha l'impressione di un voltafaccia a 180° sulla bussola morale, bensì di venire più a contatto con il lato umano delle Guerre Stellari.
Finora, infatti, abbiamo avuto a che fare con i Prescelti, quelli che hanno il dono di usare la Forza, o possiedono la nave più veloce della galassia. Rogue One, per la prima volta, ci fa vedere la Galassia dal punto di vista di quelli come noi. Quelli senza doni speciali: la classe operaia di Star Wars. E non è affatto una visione rose e fiori. I protagonisti di Rogue One non hanno una scala di valori netti, perché non possono permetterselo. Non sono mistici cavalieri dotati di poteri sovrannaturali, non sono i blaster più veloci della Galassia, non hanno abilità speciali. Sono semplicemente persone che si trovano coinvolte in fatti più grandi di loro, che devono arrangiarsi e lottare con tutte le scarse risorse a loro disposizione per contrastare il male più grande immaginabile. Non è un caso che questo coincida con l'avere, per la prima volta, una rappresentazione cruda, realistica e non edulcorata della guerra, in parecchie delle sue brutture.
Facile essere eroi, quando puoi muovere gli oggetti con il pensiero, manipolare la volontà altrui e parare i raggi laser con la tua lightsaber.
Molto meno facile, quando sei uno qualunque, messo di fronte a chi, quei poteri, li ha e li sa usare molto bene.
Rogue One: il film che finalmente risponde alla domanda "Perché non c'è uno Squadrone Blu durante l'assalto alla Morte Nera?"
Non finisce bene, Rogue One. Eppure, finisce benissimo, in un trionfo che non sarebbe possibile assaporare più di così, perché non ci si arriva grazie al potere mistico di far deviare i missili per farli entrare nella stretta fessura di scarico. Il trionfo è totale, perché ci si arriva per la strada più difficile, quella da cui non esci vivo. Ci si arriva attraverso un corridoio scuro, illuminato dalla luce rossa della spada laser di Darth Vader, con la porta verso la salvezza che non si apre e che non si aprirà all'ultimo secondo. Ci si arriva soffrendo.
Meravigliosa la ricostruzione ambientale. Si arriva a ridosso di Una Nuova Speranza e lo si fa con eleganza. Una cura maniacale nel ricostruire ambientazioni note, che passa per l'esattezza nel riproporre i vecchi set, ma anche per l'audio ambientale, fino ad arrivare ad avere comparse somiglianti agli attorni sullo sfondo nel vecchio film. L'utilizzo della moderna tecnologia ha permesso di ringiovanire Carrie Fisher e persino di resuscitare alcuni attori, tra cui Peter Cushing.
Interessante che, nel cast degli attori principali, la protagonista sia donna, gli altri tutti di etnie diverse da quella bianca, contribuendo a sfatare il falso mito per cui se i protagonisti non sono tutti bianchi di pura razza, allora il pubblico non potrà identificarsi con essi.
Due scene su tutte: per la prima volta, vediamo gli effetti della Morte Nera, dal punto di vista di chi li subisce. E la sensazione è terrificante e maestosa.
E poi, la scena del corridoio e Darth Vader che avanza inesorabile contro i pochi soldati ribelli, terrorizzati, ma per nulla disposti a cedere. Angosciante e da lasciare senza fiato.
Presentare Darth Vader: lo stai facendo bene.
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